"Vorrei parlartene. Perché ho bisogno di raccontarlo a qualcuno. E forse quel qualcuno sei tu. Ma tu sei anche il racconto. E tutto il resto."
Sono una di quelle sdolcinatone che immaginavano di passare il resto della loro vita con la persona con la quale avevano perso la verginità.
Da piccola dicevo “no, io non sono romantica” quando tra amiche si facevano giochi stupidi sui fidanzati. In realtà cercavo solo di nascondere, reprimere quella che realmente ero e sono.
Sono una di quelle che “io non ti lascerei mai”. E’ così. Non ho lasciato mai nessuno nella mia vita. Sono sempre stata lasciata. Colei che subisce.
Ho il cuore martoriato e a furia di stare così, è diventato violaceo e risponde in modo aggressivo ad ogni evento che potrebbe potenzialmente costituire un attacco. Così finisco per difendermi anche da ciò che non è una minaccia. Non distinguo più. Sparo a zero.
Sono stesa a terra nel bel mezzo del canneto, sono un macigno per questi poveri steli. Sono pesante, stracolma.
Thom Yorke mi chiede: “Hai viaggiato lontano. Cosa hai trovato? Che non c’è tempo, non c’è tempo di analizzare, di pensare alle cose, di dar loro un senso alle cose.” E ha ragione. E io non voglio farlo. Non voglio pensare alle cose, non voglio più pensare alle cose, ai fatti, alle persone.
Poi continua: “Stai solo interpretando un ruolo e non c’è tempo, non c’è tempo per analizzare.”
Voglio altre cento canzoni straziate e strazianti come questa. Voglio una melodia straziata al piano. Voglio una melodia gravissima e sulla quale posso piangere nel buio della mia camera, pensando a cosa scriverò domani, di quel momento.
Voglio l’abisso più profondo, dal quale sai di non poter uscire.
Fuori, nella notte, non ho mai trovato un nero più scuro di questo. Guardando fuori, ho potuto constatare che ne esistono varie sfumature e la mia è la più scura.
Non sopporto la superficialità con la quale ci si saluta. Tu-te-ne-stai-andando. Non puoi salutarmi. Se mi saluti mi stai amando. E a quel punto non te ne vai.
Mi servono altre cento canzoni straziate.

(14/52) (by Keelan Tollefson)